IRINA, COSCIENZA DEL 900 di Pierluigi Battista (La Stampa - 15 feb 2001)

        Quel poco che negli anni bui del totalitarismo trionfante trapelava in Europa occidentale nel dissenso in Unione Sovietica lo si deve a lei. Cioè a Irina Alberti, infaticabile portavoce e ambasciatrice di Alexander Solgenitzin quando un libro cardine per la comprensione del fenomeno comunista come Arcipelago Gulag veniva snobbato e messo ai margini della cultura italiana che a quel libro dedicò una attenzione distratta e diffidente, sciatto quando non ostile. A Irina Alberti si deve la campagna per la liberazione di Anderi Sacharov. Si deve la divulgazione degli scritti degli intellettuali che non si uniformarono all’ordine totalitario, i Pliusc e i Bukowski, i Maximov e i Siniavsky, la creazione di un centro di raccolta del “dissenso” come la rivasta La Pensee Russe, o l’appoggio logistico a quegli intellettuali piu’ giovani che come Viktor Zaslasvskj riuscivano a libersi dalla prigione comunista e che nell’Occidente democratico veniva accolti dalla perplessità corriva di una intellighesija ben poco disposta a fare i conti fino in fondo con la storia del comunismo.

         Ed è proprio in nome della scrittrice scomparsa un anno fa che la Fondazione a lei intitolata ha voluto dedicare un convegno per ricordare una figura di frontiera nella cultura europea che seppe combattere un regime oppressivo e liberticida quando nulla lasciava presagire che il comunismo sarebbe deflagrato nei modi che abbiamo conosciuto. Ma anche per riflettere sull’isolamento in cui fu lasciata un0intellettuale che forse ebbe ragione troppo presto. Paolo Mieli, elogiando l’onestà intellettuale di Norberto Bobbio che oggi riconosce i tratti di “somiglianza” del totalitarismo nazista e di quello comunisti entrambe riconducibili  sotto il comune segno dell’”utopia reazionaria”, ha voluto sottolineare come “le stesse cose Irina Alberti le dicesse, in assoluta solitudine, già tranta anni fa”. Trant’anni, un abisso, un arco di tempo vastissimo che sta ad indicare il carattere eroico della testimonianza di una giornalista e una scrittrice che seppe remare controcorrente anche nei momenti piu’ difficili. E anche Ernesto Galli della Loggia ha rievocato il trauma culturale subito da chi, nella sua generazione, percepì un “accento inedito” nel pensiero “dissidente” durante gli anni Settanta: “l’attenzione al problema dell’esistenza del Male”. Una attenzione che suonava come qualcosa di inaudito di una cultura abituata ieri come oggi, ha notato Mieli, a usare termini come “stalinismo” per non nominare nella sua interessa il temine “comunismo” come causa e radice degli orrori che il comunismo ha prodotto.

         La solitudine che Irina Alberti dovette patire anche in Italia (tanto da scegliera Parigi e non Roma come sede della sua rivista) fu tutt’uno del resto con l’inadeguatezza con cui la cultura di sinistra nel suo insieme ha affrontato quelle figure de Novecento che si sono caratterizzate al contempo per un irriducibile antifascismo e per un intransigente anticomunismo democratico. Gad Lerner ha voluto ricorare di come la Alberti, prigioniera dei fascisti ustacia in Croazia, agli aguzzini che ordinavano alle “ariane” di fare un passo indietro per non confondersi con le compagna di sventura ebree, rispose con un semplice ma enorme gesto di coraggio: non facendo quel passo indietro e decidendo di condividere fino in fondo il destione delle prigioniere ebree. Fu un gesto di eroismo, ma anche la testimonianza di come una persona come Irina Alberti abbia affrontato con pari combattività e senza i distinguo dell’ipocrisia la battaglia contro il totalitarismo nazista e contro il totalitarismo comunista. Per questo condusse la sua battaglia accompagnata da un gran senso di solitudine. Ma aveva ragione lei, senza dover atendere il crollo del muro di Berlino per accertarsene.

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L'AFFINITA' ELETTIVA CON WOJTYLA di Pierluigi Battista (La Stampa - 15 feb 2001)

Il legame che univa Irina Alberi e Giovanni Paolo II, ha scritto Barbara Spinelli, “era intenso: era un vincolo devoto e anceh intimo, personale. Recarsi a Roma era anche accostarsi a questo papa che amava, che ammirava, in cui vedeva una lanterna”. Anche per questo, e nel ricordo, di questo vincolo “devoto e intimo” con la giornalista e scrittrice (che collaborò a lungo con La Stampa) scomparsa il 4 aprile del 2000, il Pontefice ieri mattina ha voluto incontrare in Vaticano una delegazione della nuova Fondazione intitolata a Irina Alberti e formata dalla figlia Chara Giorgi Alberti, paolo Mieli e Ernesto Galli della Loggia. Giovanni Paolo II aveva già voluto ricordare la figura dell’Alberti nell’udienza generale del mercoledì.Ma è nell’incontro privato con i promotori della Fondazione ufficialmente nata ieri con un convegno che ha avuto luogo presso il Pontificio Istituto Augustinianum che Giovanni Paolo II ha voluto esprimere tutto il suo affetto e la sua riconoscenza per la donna che ha fatto conoscere in Occidente i “dissidente” dell?Est: “non c’è giorno in cui non pensi a Irina Alberti”.

         La Alberti veniva a Roma per incontare il papa e del restop, come ha ascritto la Spinelli in un altro passo: “era profondamente credente e tutto quel che faceva, tutto il suo esserci, era un esistere pio di una delicatezza suprema dedito alla persona o alla causa cui andava la sua sollecitudine”. La il Papa venuta dalla Poloinia e che ha avuto un ruolo essenziale nel declino e nella fine dell’Impero comunistas, ascoltava con grande attenzione i dettagliati resoconti che la Alberti gli esponeva circa i movimentio profondi che scuotevano l’unione Sovietica prima e pi, dopo il crollo dell’Urss e con la bandiera rosso ammanaita sul pennone piu’ altro del Cremino, della Russia post-comunista. E a lei, come ha riconosciuto ieri alla figlia, a Mieli e a Galli della Loggia, che il Papa si rivolgeva per conoscere ciò che si muoveva nel mondo intellettuale dell’opposizione nei regmi a “democrazia popolare” e dell’Urss in particolare. E non era soltanto, quello di Giovanni Paolo II, un interesse scaturito e cresciuto per circostanza puramente biografiche, bensì dalla coscienza che la frattura tra Est e Ovest, tra le democrazie dell’occidente e il mondo comunista di là della cordina di ferro rappresentasse il grande traume di un’europa che, ha voluto ricordare Rocco Bottiglione nel corso del convegno cui è andata anche l’adesione del leader dei ds Walter Veltroni, trova la sua “unità culturale nelle radici della comune eredità cristiana”. Su questa consapevolezza era impostato il dialogo tra il Papa e la Alberti. Per questo non c’è un giorno che un pensiero di Giovanni Paolo II non vada all’amica scomparsa.

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IRINA ALBERTI, L'ARCIPELAGO DELLA LIBERTA' di Paolo Conti (Corriere della Sera - 15 feb 2001)

    “Non c’è giorno in cui io non pensi a Irina Alberti”, ha detto ieri mattina Giovanni Paolo II alla figlio di Irina, Chiara Giorgi Alberti. Un riconoscimento affettivo che spiega la solennità del contesto in cui si è svolta la “giornata di riflessione” dedicata alla giornalista e scrittrice scomparsa nell’aprile scorso, amica e collaboratrice dei piu’ famosi oppositori al sistema sovietico (Solgenitzin, Sacharov, solo per citare i piu’ noti), animatrice della cultura e dei fermenti politici russi in esilio dal dopoguerra fino alla caduta del regime com,unista, donna di fede impegnata nel dialogo tra chiesa di roma e ortodossia, abitualmente consultata dal Pontefice nei momenti piu’ delicati del rapporto con Mosca.

         Il convegno è stato organizzato a un passa da San Pietro, nell’auditorium Augustunianum in via Paolo VI. Al comitato d’Onore della “Fondazione Internazione Irina Alberti” hanno aderito (con Sergio Romano, Ernst Nolte, Barbara Spinelli, Alain Besacon) tre cardinali (Angelo Sodano, Achille Silvestrini, Paul Poupard) e padre Georges Cottier, teologo della Casa pontificia. Proprio Cottier ha descritto l’animo con cui Irina Alberti, cattolica convertita ma nta ordossa, offrì il suo contributo al dialogo tra le due Chiese. “Il Papa le spiegò nel 1987 che nulla sarebbe stato piu’ importante per il cristianesimo nel XXI secolo della riconciliazione tra cristiani, sopratutto tra cattolici e ortodossi. Lei ne parlò col suo confessore che le suggerì di accettare la prova come una missione e una consacrazione. Così fu per il resto della sua vita”.

         Quel contributo, lo certifica la cornice di ieri, è stato sostanziale. Nel convegno si è parlato ovviamente anche della Irina Ilovajskaja Alberti punto di riferimento internazionale del pensiero anticomuinista, soprattutto come direttrice da Parigi della rivista “La pensee Russe”. Un’anticomunista che fu altrettanto antinazista. Gad Lerner ha ricordato una loro conversazione: “mi raccontà di quando, nelò ’41, lei e sua madre in fuga da Belgrado occupata dai nazisti furono bloccate dagli Ustacia e imprigionate. Le detenute furono messe in fila. Un ufficiale nazista gridò “adesso chi non è ebrea faccia un passo indietro”. E cominciò a colpire chi era rimasto avanti. Mi disse Irina – in quel momento decisi di essere ebrea anche io e non feci passi indietro - . Fu una scelta di libertà.”.

         Per Paolo Mieli, Irina Alberti fu “la prima persona, trent’anni fa, a svelarci i trucchi semantici creati intorno al comunismo. Per esempio – la degenerazione dello stalinismo – un modo di isolarlo in un recinto da – qualcosa – che in origine era –buono-. Irina Alberti, sempre trent’anni fa, affermava ciò che oggi sostiene Norberto Bobbio: la stretta parentela tra nazismo e comunismo, la loro natura intrinsecamente totalitaria e, nel nome dell’avvenire, ugualmente reazionaria”. Per Mieli resterà sostanziale il suo apporto alla conoscenza del comunismo “che, dopo l’Olocausto, è l’artefici dell’altro grande sterminio in questo secolo, un crimine storico sul quale si sa ancora poco. La storia ha dato ragiona a Irina Alberti ma le manca ancora il giusto riconoscimento”.

         Ernesto Galli della Loggi ha ripreso il tema del parallelismo tra totalitarismo nazista e comunista partendo però dal “complicato rapporto che lega la cristianizzazione al totalitarismo” e si è chiesto come delle tre idee sgorgata dalla rivoluzione francese, le prime due (fraternità e uguaglianza) abbiano dato vita a due “religioni laiche” mentra la terza (la libertà) no. Per Victor Zaslavski, Irina Alberti fu l’indispensabile contatto degli esuli russi tra loro e col mondo: “Poche persone come lei rappresentarono la continuità dei tradizionali legami culturali tra Russia e Occidente”. Pierluigi Battista ha affrontato il nodo del silenzio italiano sull’opposizione sovietica: “Tempo fa volevo ricostruire il clima in cui venna accolto Arcipelago Gulag di Solzenicyn nel 1974. Ho scoperto che all’archivio della Mondatori semplicemente non esiste un fascicolo. E’ come se alla Einaudi mancasse una raccolta di articoli su Se questo è un uomo di Primo Levi.” Hanno parlato anche Valerio Riva, Stefani Craxi, Margherita Boniver, Rocco Bottiglione, il quale ha detto: “Irina ci insegnò che la Russia fa parte dell’Europa. Ma noi, aggiungo, non possiamo liberarci facilmente dalla responsabilità di quell’aggressione culturale dell’Occidente verso la Russia che è il comunismo”.

         Al convegno è arrivato un messaggio di Walter Veltroni, segretario Ds (in sale qualcuno ha protestato): “La Fondazione permetterà di mettere in luce l’opera e l’impegno di una persona sempre coerente con le proprie idee. La vostra scelta non fa che dimostrare la consapevolezza della necessità di dover affrontare, nel ricorso e attraverso l’esempio di figure come la Alberti, le nuove sfide che questo tempo ci presenta”.

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LA FIGLIA CHIARA, COTTIER, DELLA LOGGIA, MIELI E TITOV RICEVUTI DAL PAPA (Corriere della Sera - 15 feb 2001)

Giovanni Paolo II ha ricevuto ieri mattina alla fine dell’udienza generale i rappresentanti della Fondazione Internazione Irina Alberti. Il Comitato promotore era guidato dalla figlia Chiara Giorgi Alberti e composto da Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia, padre Georges Cottier e Konstantin Titov, governatore della regione russa di Samara. Il Papa ha definito Irina Alberti “illustre studiosa” ed ha ricordato il suo impegno nel dialogo ecumenico tra cristianesimo d’Oriente e d’Occidente. Il Pontefice ha poi aggiunto, rivolgendosi alla figlia: “ E’ sempre presente nel mio cuore il ricordi di Irina Alberti e ci manca moltissimo la sua opera…Non c’è giorno io cui io non pensi ad Irina Alberti”. Giovanni Paolo II ha poi augurato buon lavoro ai partecipanti al convegno organizzato all’Augustinianum. La Fondazione avrà sede a Roma ma avrà anche uffici a Mosta e a Parigi.

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IL GRANDE SOGNO DI PACE FIRMATO DA IRINA ALBERTI di Marco Polito (La Repubblica - 15 feb 2001)

 Tanti amici all’Augustinianum per commemorare irina alberti a quasi un anno dalla sua morte, nel giorno in cui nasce la Fondazione a lei dedicata. “E’ sempre prsente nel mio cuore e ci manca moltissimo la sua opera” confessa papa Wojtyla ricevendo in Vaticano una delegazione della Fondazione guidata da Paolo Mieli. Fu grazie a Irina che il pontefice ebbe modo di incontrare Aleksandr Solgenitsin, la personalità russa così’ simile al papa polacco nell’aver individuato la causa principale della fragilità del sistema sovietico: la menzogna.

         Sopra il palco dell’Augustinianum campeggia uno striscione semplicissimo: Irina Alberti, c’è scritto soltanto, accanto ad una foto che mostro il suo bello sguardo di intellettuale russa nei cui occhi si mescolano utopia tenacia e intransigenza. Mieli, ricondandola, mette in luce la sua coerenza nel combattere nella sua lunga vita (morì a settantacinque anni) fascismo e comunismo, svelando implacabilmente la natura totalitaria del sistema sovietico quando la sinistra italiana ancora in anni recenti era reticente ed esitante.

         Gorge Cottier, teologo del ponetifice, fa risaltare il lungo arco del suo percorso spirituale. Direttrice a Parie del Pensiero Russo (la più autorevole rivista dell’emigrazione russa), la Alberti abbracciò il cattolicesimo dedicandosi negli ultimi anni della sua vita al dialogo fra Caottolici e Ortodossi. La sua consacrazione è racchiusa in un testo, che Cottier ha citato con commozione: “il mio desiderio più profondo è di lavorare alla riconciliazione fra la chiesa orientale e la chiesa occidentale separate da secoli di diffidenza”.

         Fu il suo ultimo pensiero poco prima di morire. E fu anche uno dei motivi del suo legame spirituale con Giovanni paolo II (oltre che la lotta al comunismo), di cui amava rammentare il “volto illuminato”, mentra affermava l’urgenza della riconciliazione fra Ortodossi e Cattolici.

         Sapeva, però, anche esprimere con discrezione il suo dissenso da scelte papali che le sembravano errate. La beatificazione di Stepinac, il cardinale che patrocinè il regime ustacia in Croazia, non la travò d’accordo. “Anche un papa può sbagliare o essere malconsigliato”, confità a Gad Lerner. E’ che non aevva cancellato dalla memoria la sua detenziona in un campo ustacia nel 1941m quando messa in fila con le detenute ebree sentì dire da un ufficiale nazista “chi non è i ebreo faccia un passo indietro”. E lei, che ebrea non era, non si mosse e accolse impassibilmente la scudisciata in faccia.

         Un intervento dopo l’altro si precisa meglio il ritratto dell’intellettuale, che fu amica di tutti i maggiori dissidenti dell’Urss. Rocco Buttiglione evoca la sua attenzione alla nuova cultura russa postcomunista. Enrnesto Galli della Loggia insiste sul legame fra cristianizzazione europea (dopo la Rivoluzione francese) e nascita del totalitarismo. Victor Zaslavski esalta il ruolo delle radio occidentali nel minare la propaganda sovietica.

         Quanto il moderatore legge un telegramma di Walter Veltroni, dalla sala partono alcuni fischi. L’intento di proseguire leggendo un messaggio di Giovanni Paolo II naufraga nel grido del filosofo polacco Stanislaw Grygiel, che abbandona la sala: “No, non si può il messaggio del Santo Padre dopo Veltroni”. Strascichi di guerra fredda.

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IRINA, OLTRE IL DISSENSO PER RIUNIRE EST E OVEST di Luigi Geninazzi (Avvenire - 15 feb 2001)

     “Mi manca la Russia di Irina Alberti, la Russia come lei ne sapeva parlare. Non c’è giorno che non la ricordi”. E’ la testimonianza commossa che Giovanni paolo II confida ai rappresentanti della Fondazione intitolata alla “madre del dissenso sovietico”, scomparsa nell’aprile dello scorso anno. Ieri, nel giorno dell’inaugurazione, si è tenuto un convegno dedicato a quella straordinaria figura umana e intellettuale che è stata Irina Alberti. Un incontro svoltosi nell’Auditorium Augustinianum, all’ombra del Vatcano dove appunto una delegazione dei convegnisti è stata ricevuta dal Papa. Irina ne fu una consulente per quanto riguardava la Russia, anzi qualcosa di più se è vero che tre anni fa, alla fine dell’udienza con Boris Eltsin, il Pontefice si rivolse al leader del Cremlin tessendo gli elogi di “un’ambasciatrice molto speciale che la Russia tiene a Roma, Irina Ilovajlskaja Alberti”. Nata a Berlgrado nel 1924 da emigrati russi fuggiti all’indomani della rivoluzione bolscevica s’era convertita giovanissima al cattolicesimo.

         Irina Alberti ha attraversato tutti i drammi del secoso scorso per diventare l’animatrice infaticabile del dissenso in Unione Sovietica, la segretaria fedele di Solgenitsyn e poi la direttrice de La pensee russe, la rivista dell’emigrazione russa a Parigi. La sua è stata soprattutto un’avventura cristiana che è fatta piu’ intensa e convinta con il Papa venuto dall’Est. A Wojtyla (che la invità a prendere parte al Sinodo dei vescovi sull’Europa) si sentiva legata da grande stima e devozione. Ma adesso sappiamo anche che Giovanni Paolo II stimava ed ammirava moltissimo Irina Alberti con cui si intratteneva spesso in colloquio. Nel 1987 le confidò uno dei suoi crucci: “Non c’è nulla di piu’ urgente e necessario della riconciliazione tra cattolici e ortodossi”.

         Queste parole Irina le sentì come dirette persnonalmente a lei. Fu così che decise di dicare il resto della sua vita alla causa dell’unità della Chiesa. “Signore, ti consacro il mio essere perchjè d’ora in poi viva solo per Te, impegnandomi per il riavvicinamento delle Chiese d’Oriente e d’Occidente e mettendo tutte le mie energie al servizio di questo scopo”. Un atto di consacrazione che tenne segreto fino al 2 aprile dello scorso anno, quando ne affidò il testo a padre Allende, assistente spirituale dell’organizzazione “aiuto alla chiesa che soffre”. Due giorni dopo moriva per un improvviso attacco di cuore.

         “Misterioso presentimento” lo definisce padre Georges Cottier, il teologo della Casa pontificia, che ha raccontato al convegno la singolare circostanza. E’ toccato a lui aprire la lunga serie di interventi e testimonianza dove si sono mescolati ricordi personali e riflessioni di ampio respiro sul contributo dato dall?Alberti alla cultura antitotalitaria.

         La Memoria, quella maiuscola che viene sempre richiamata quando si tratta di Olocausto, “non è stata pienamente esercitata nei confronto del comunismo” spiega il direttore editoriale della Rcs, Paolo Mieli, di cui Irina Alberti era amica di famiglia. E cita un piccolo esempio: spesso ancora oggi al temine comunismo si preferisce quello di stalinismo, “come per recintare i crimini e farli apparire una degenerazione”. Ebbene, “Irina Alberti mi ha insegnato ad uscire da quel trucco semantico – ricorda Mieli – in un tempo in cui chi osava denunciare la stretta parentela fra nazismo e comunismo veniva vollato come reazionario”.

         La storia le ha dato ragione ma paradossalmente “non c’è ancora il riconoscimento pubblico e consalidato del fatto che avesse ragione lei e non gli altri” conclude Mieli. Il totalitarismo può essere capito a fondo solo se lo si esamina alla luce del suo rapporto con cristianizzazione, afferma lo storico Ernesto Galli della Loggia che cita la suggestiva testi di Berdjaev secondo cui il comunismo è la punizione che Dio ha fatto cadere sull’Europa che si era allontanata dal cristianesimo. Sono tante le voci che ricordano la figura nobile e generosa dell?Alberti, intellettuale ma anche giornalista, sempre attenta e appassionata alla notizia, così come l’abbiamo conosciuta noi di “Avvenire” che può vantarsi di aver avuto in Irina una collaboratrice valida e preziosissima. Sempre attenta a cogliere quanto di nuovo emergeva nella società russa e denunciare i soprusi del totalitarismo, dando voce a chi lottava per la libertà.

         Ne hanno parlato i russi come Kostantin Titov, governatore di Samare e consigliere di Putim, la nuova direttrice della Pensee Russe Irina Krivov e tanti italiani che hanno avuto occasione di lavorare con lei, fra i quali il professor Rocco Bottiglione, i giornalisti Pierluigi Battista, Gad Lerner e Giuseppe Marra ed anche Stefania Craxi che ha ricordato la visita di Sacharoiv in Italia preparata dall’Alberti e voluta dal governo socialista dell’epoca. Oggi la causa del dissenso fra l’unanimità e qualcuno cerca di inserirsi all’ultimo minuto. E’ il caso di Walter Veltroni che ha mandato un telegramma di saluto. Contestato da molti convegnisti come “un insulto alla memoria di Irina”. Ma lei, ne siamo sicuri, avrebbe sorriso di fronte alla solidarietà postuma degli ex comunisti.

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LA VOCE DELLA DISSIDENZA CHE PRANZAVA CON IL PAPA di Francobaldo Chiocci (Il Giornale - 14 feb 2001)

         Oggi, all’Augustinianum di Roma, una comitiva di intellettuali laici e cattolici dedicherà una “giornata di riflessione” all’attivismo anticomunista di Irina Alberti, nata Ilovaijskaja nel 1924 in una famiglia di russi bianchi rifugiatosi a Berlgrado, sposata ad un diplomatico italiano espulso da Praga e morta l’anno scorso a Francoforte. Una esistenza fervida e avventurosa, scampata prima ad Auschwitz e poi a un rimpatrio in Urss dalla Jugoslavia titina. Uno straordinario colto e passionale personaggio del protagonismo femminile che, tra Parigi Roma e gli Stati Uniti (dove fu portavoce di Alexander Solgenitzin) organizzò il Samizdat e la dissidenza dei perseguitati del regime sovietico (Heller, Bokowski, Maximov, Siniaski, Pilutch, Ginzburg, Gorbaneskaja, soprattutto i coniugi Sakarov suoi intimi) e confortò prima il loro ostracismo in patri e poi il loro esilio. Assisteva i fuoriusciti coi diritti di autore le le lasciava Solgeniztin. Sfidava assiduamente il Kgb. L’Unità la definiva provocatrice della Cia. Punto di riferimento era la sua rivista Ruskaja Misl (il pensiero russo), che sovente riusciva a far penetrare anche in Urss, magari incartando con i suoi fogli scarpe e pigiami.

    “Più dell’infamia dei gulag, mi indigna la viltà di chi la ignora”, ci disse con la sua voce esile e rischiarata da una sguardo celeste così stonato con la sua corpulenza matronale e la veemenza dei suoi sdegni, allorché accompagnò a Firenze Elena Bonner, la moglie di Sakarov, venuta in Italia per farsi operare agli occhi. Per scuotere l’indifferenza dell’Occidente tuonava da Radio Liberty e bussava tutte le prote, che in Italia allora non erano molte ad aprirsi: Il Tempo di Angiolillo e Letta, Il Giornale di Montanelli, Il Borghese di Tedeschi, l’Adnkronos di Pippo Marra che ne fece la collaboratrice piu’ informata per tutte le notizie provenienti dall’Est e si sdebitò con lei organizzandole nel 1989 una conferenza stampa per presentare al mondo libero Andrei Sakarov, appena liberato da Gorbaciov, e sua moglie Elena.

    Oggi, invece, a comunismo morto anche se non sepolto, in tanti la onoreranno nei vecchi ardimenti una volta così scomodi e trascurati: da Padre Giorgio Cottier ad Alain Besancon, da Paolo Mieli ed Ernesto Galli della Loggia a Barbara Spinelli, da Paolo Franchi e Pierluigi Battista a Gad Lerner e Victor Zaslanski, da padre Sergio Mercanzin e monsignor Rylko, da Stefania Craxi (Irina scommise sul socialismo dei diritti umani) a Rocco Bottiglione, da Margherita Boniver a Marie Therese Hughet. In tutti, daranno vita anche a una fondazone intitolata a questo angelo protettore, sempre vigile e spada in mana, dei dissidenti russi, perseguitati o esuli che fossero, o anche semplicemente afflitti dal sottile mal di Russia, solitudine e nostalgia.

    Tra chi interverrà abbondano nomi di prelati. E si spiega. Irini, bandiera della dissidenza politica, si battè pure per la riconciliazione tra la chiesa d’oriente e quella di roma, dirigendo anche una radio, canale cristiano, alla quale, nella russia di Yeltsin, collaboravano cattolici e ortodossi. Era di casa al Vaticano. Pranzava, anche, col papa polacco. Parlavano di Solidarnosc, ma giovanni Paolo II la cercava soprattutto per apprendere da lei le “ultime” su comunismo e Russia. E’ morta senza poterlo accompagnare in visita a Mosca, il suo sogno irrealizzato da viaggiatrice credente e combattente.

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UNA DONNA PER IL DIALOGO TRA RUSSIA E OCCIDENTE di Vittorio Strada (Corriere della Sera - 12 dic 2001)

(il brano pubblicato sopra è tratto dall’intervento che Strada tiene oggi a Palazzod ella Cancelleria di Roma nell’ambito della giornata di studi dedicata a Irina Alberti a un anno dalla sua morta. Numerosi i partecipanti fra i quali padre Georges Cottier, Anatoli Krasikov, Arrivo Levi, Pierluigi Battista, Gad Lerner e Apolo Mieli che introdurrà la tavola rotonda. Nel corso dei lavori ai quali assisterà il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, verrà consegnato il premio Irina Alberti a Barbara Spinelli per il saggio “il sonno della memora” – ed.mondadori)

    Ricordare Irina Ilovaiskaja Alberti non significa soltanto rievocare la sua figura, che è cara a chi la ha conosciuta e ancora piu’ a che ha goduto della sua amicizia, ma significa andare oltre il ricordo personale per entrare nell’ambito ampio della realtà in cui essa ha operato, profondendo la sua energia intellettuale e morale. Dire che questa grande realtà è  stata la Russia costituirebbe ancora una limitazione, per quanto vasto possa essere questo spazio di civiltà tra Europa e Asia come campo di studio e di analisi: si può dire con piu’ precisione che la realtà entro kla quale Irina Alberti ha vissuto con tutt a la sua partecipazione è stata piu’ che la Russia in quanto tale la Russia in quanto membro del mondo e il mondo in quanto orizzonte della Russia.

         Cioò che interessava Irina Alberti e che costituiva l’oggetto della sua riflessione e azione era il destino della Russia come parte essenziale dei destini generali, come problema particolare ma fondamentale all’interno di quel sistema organico di problemeni che costituisce l’attualità mondiale, il nostro presente come punto da cui defluisce un passato destinato ormai all’analisi storica e affluisce un futuro passibile soltanto di incerte prognosi.

         Giornalista di vocazione, come dimostra la lunga direzione del periodico Ruskaja Mysl (la pensee russe), edito a Parigi, che sotto la sua guida è stato una voce libera per i lettori russi dentro e fuora la Russia, Irina Alberti è andata al di là di questa professione per farsi mediatrice preziosa gtra l?occidente e quella parte esterme e decisiva dell’Oriente europeo che è la Russia. Una mediatrice autorevole tanto da godere, da una parte, nel mondo postsovietico e prima in quello “dissidente”, della fiducia di un Solsenicyn e di un Sacharov e del rispetto delle nuove sfere politiche democratice russe, e dall’altra parte, da essere accolta come interlocutrice da Giovanni Paolo II che dai colloqui con lei traeva conforto per il suo atteggiamento verso quel mondo, complesso anche in senso religioso, che è la Russia attuale.

         La religiosità è stata la base fondamentale della vita attiva di Irina Alberti. Una religiosità ricca e libera che conferiva alla sua fede, radicata nella confessione cattolica, una facoltà rara di apertura al cristianesimo orientale, ortodosso, non in nome di un ecumenismo astratto ma per il sentimento vivo dell’unità profonda, anche se storicamente lacerata, del Verbo di Cristo e per la consapevolezza vissuta della verità che il cristianesimo ortodosso porta con sé non come alternativa o opposizione alle altre confessioni cristiane ma come loro completamento e integrazione, come un momento di una realtà superiore che aspetta di essere ricomposta nella luce dello spirito, fremo restando il rispetto devve diversità ecclesiali.

         Raramente, d’altro lato, in una persona di fede ferma e inconcussa come era quella di Irina Alberti, si poteva trovare una laicità di pensiero così criticamente aperta alla realtà. Leggendo ciò che periodicamente essa scriveva nel suo giornale e negli interventi che faceva in varie sedi, colpiva l’quilibrio delle sue analisi e dei suoi giudizi che si fondevano sempre su una conoscenza diretta di un mondo ancora così poco familiare e oggetto di cattiva informazione come quello russo. Cattolica, la sua propensione era per valori politici che si possono definire di un riformismo socialista e cristiano, pur nella affermazione costante di indipendenza rispetto ad ogni affiliazione di partito. Questa vastità di orizzonte conferiva a Irina Alberti la capacità di orientarsi nella realtà politica europea occidentale e orientale secondo i criteri di una visione democratico-liberale moderna, autocritica verso se stessa. Qui sono radicati i principi che la hanno guidata nella sue lunga e attiva resistenza al totalitarismo nazista e comunista.

         Irina Alberti è stata contemporanea di una Russia senza precedenti, di un fase della storia che ha visto la patria di Tolstoj e di Dostoevskij vivera le piu’ soprendenti e catastrofiche trasformazioni: da impero autocratico a repubblica democratica. Dove va ora la Russia? Si può almeno dire che essa non sta compiendo, né deve compiere un transito per giungere a diventare “come noi”, ma che, sul terreno comune dello sviluppo democratico, sta percorrendo un suo proprio arduo cammino per diventare se stessa come nazione dopo le tragiche esperienze dello scorso secolo, un cammino pieno di rischi e di incognite ma anche di possibilità e di speranza. Un cammino che Irina Alberti, italiana non meno che russa, e autenticamente europea, ha osservato al suo inizio e che noi continuiamo a seguire con trepidazione e attenzione, sentendo il vuoto lasciato da lei come persona amica e come mente lucida e appassionata.

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IL CORAGGIO DELLA MEMORIA di Pierluigi Battista (La Stampa - 13 dic 2001)

     Ha scritto Barbara Spinelli nel suo libro Il sonno della memoria recentemente pubblicato da Mondatori: “una malattia della mente impedisce all’europa e alla sua cultura di apprendere lezioni dal passato”. La malattia individuata dalla Spinelli è una pervicace e indistruttibile inclinazione all’amnesia individuale e collettiva, a un atteggiamento di sciatta e distratta indifferenza alle tragedie del passato. Una malattia che si è manifestata in forme particolarmente dopop il crollo del murdo di Berlino impedendo che la data spartiacque dell’89 potesse avere “il peso emblematico e inaugurale attribuito al ‘45” e senza mensionarla come una data di “liberazione, di fine delle tenebre, di ricominciamo civile, per il continente che Jalta aveva diviso in due”. Ecco perché assume un valore particolare il premio Il coraggio della Memoria che ieri, nel Palazzo della Cancelleria di Roma, è stato attribuito a Barbara Spinelli dalla Fondazione intitolata a Irina Alberti.

         La nuova Fondazione inaugurata lo scorso febbraio e che ha trovato in vittorio Stata un instancabile interprete culturale e in Gianni Aringoli un puntuale organizzatore, è del resto dedicata a una figura, quella della scomparsa Irina Alberti, che la Spinelli frequentò con assiduità e con la quale instaurò un duraturo rapporto di amicizia. Irina Alberti è stata un punto di riferimento imprescindibile per chiunque abbia avuto a cuore la sorte dei dissidenti del “socialismo reale” mentre nell’occidente venivano accolte con sempre maggiore indifferenze le notizie sul soffocamento della libertà realizzato in Unione Sovietica e negli sventurati Paesi da essa satellizzati. La Alberti è stata anche una interlocutrice molto ricercata da Giovanni Paolo II che da lei riceveva aggiornate e dettagliate relazioni sulla condizione spirituale e culturale della sua Polonia e di quella parte sfortunata dell’Europa (impropriamente e corrivamente ribattezzata “europa dell’est”) collocata al di là della cortina di ferro. Proprio per questo la Alberti nella cerimonia in cui è stata assegnato il premo a Barbara Spinelli alla presenza del presidente della Comera Pier Ferdinando Casina, è stata ripetutamente evocata da Paolo Mieli e da Umberto Ranieri, dal cardinale Achille Silvestrini e dalla stessa Spinelli, come  un “fiammifero acceso” come un “lumicino” in grado di portare una sia pur flebile luce nel buio di un continente che non ha mai voluto fare fino in fondo i conti con la propria memoria e con la memoria del comunismo.

         Per questo è apparso ai responsabili della Fondazione opportuno istituire una commisione di studiosi che, grazi anche all’impulso di un esperto delle cose russe com Vittorio Strada, possa premere sui responsabili della Russia post-comunista e dei Paesi che del comunismo sono riusciti a liberarsi nel corso dell’incruenta rivoluzione del 1989 affinchè aprano i loro archivi all’attenzione degli studiosi e dei ricercatori. Troppo spesso, all’indomani del crollo rovinoso dell’Unione Sovietica, si è fatto un uso smodato e sconsiderato dei prezioni materiali finalmente consultabili negli archivi un tempo impenetrabili del totalitarismo comunista. Un’apertura selvaggia e caotica, priva di filtri critici e di scrupoli filologici, che ha avuto l’effetto di riempire di sgomento una figura di trasparente onestà intellettuale come Irina Alberti.

         Oggi, proprio per rendere piu’ credibile quel risvlegio della memoria che tutti gli studiosi intervenuti al convegno della Fondazione Alberti hanno ritenuto indispensabile e imprescindibile, la consultabilità degli archivi dell’ex Unione Sovietica appare invece come un compito non piu’ rimandabile per gettare luce su capito oscuri del passato, anche di quello di chi, in Occidente e in italia, volle rendersi complice dell’azione repressiva condotta nell’”est europeo” dal totalitarismo comunista. In molti, a cominciare dalla stessa Barbara Spinelli, hanno voluto ricordare che secondo Irina Alberti molto peggio degli stessi Gulag era il silenzio omertoso, l’indifferenza e la totale mancanza di pietas dei tanti che, in Occidente, scelsero di far finta di niente di fronte all’esistenza del Gulag.

         Per uscire dal “sonno della memoria” denunciato da Barbara Spinelli, occorrerà prima o poi fare i conti con un passato negato, rimosso o edulcorato da una “memoria selettiva” che non ha saputo affrontare ancora il buco nero del male totalitario del ventesimo secolo.

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ALBERTI E SPINELLI, IL PESO DELLA MEMORIA di Marina Valensise (Il Giornale - 13 dic 2001)

A nove mesi dalla nascita all’Augustinianum, la Fondazione Irina Alberti ha scelto di nuovo l’extraterritorialità per presentare le sue iniziative e premiare Barbara Spinelli come autrice del miglior libro sul Novecento pubblicato quest’anno (il sonno della memoria, ed.mondatori). A Palazzo della Cancelleria nella Sala dei Cento Giorni, sotto gli affreschi farnesiani che Giorgio Vasari si vantava di aver dipinto coi suoi allievi in quel breve lasso di tempo, si è insidiata la Commissione per lo studio degli archivi dell’Est Europa che attraverso una stratta collaborazione con le istituzioni russe si propone un riesame sistematico delle fonti per la storia del XX secolo, ed esercitando pressioni sui comuni cercherà di includere nella topomastica italiana i nomi delle vittime del totalitarismo e dei resisteni. Vittorio Strada, che ne è il presidente, ha rievocato la figura di Irina Ilovaskaja Alberti (1924-2000), animatrice del dissenso sovietico, direttrice di una importante rivista dell’emigrazione, La Pensee Russe, amica e segretaria di Aleksander Solgenycin, sostenitrice di Andrei Sacharov, amica e collaboratrice di papa Giovanni Paolo II che la considerava “una lanterna” e riteneva prezioni i consigli di questa russa ortodossa convertita al cattolicesimo, animata da fede indefettibile e lucido pragmatismo, per spianare i rapporti con la Chiesa d’Oriente e pervenire a una riconciliazione tra cristiani. Tant’è vero che a ricordare l’incidenza culturale di Irina è stato Padre Georges Cottier.

         Il teologo della Casa Pontificia ha citato la situazione spirituale della Russia dopo il crollo del comunismo, l’ampiezza della cristianizzazione, la tentazione nazionalista della Chiesa cha dà una coloritura temporale al messianesimo cristiano nell’atribuire a se stessa una missione politica o a una nazione una missione religiosa, col rischio nei due casi di incorrere in una strumentalizzazione politica. Ministro della fede, colpito dalla leggerezza con cui il mondo intellettualhja prima appoggio e poi dimenticato il totalitarismo comunista, padre Cottier ha invitato a prendere coscienza delle profonde ferite lasciate da quel sistema. E ha auspicato non un processo “che sarebbe malsano e sterile” ma una riflessione fondata sul coraggio e la verità di memoria.

         Non poteva darsi giustificazione migliore del premo a Barbara Spinelli per la sua diagnosi della “malattia della mente che impedisce all’Europa di oggi di apprendere lezioni dal passato”. Anche se, dopo Anatoli Krasikov, Sandro Fontana, Paolo Franchi e Pierluigi Battista, è stato Paolo Mieli a darne la motivazione piu’ eloquente, quando ha ricordato difficoltà che impediscono di assimilare il 1989 al 1945, cioè la caduta del comunismo alla sconfitta del nazifascismo, visto che a 12 anni dal crollo del Muro di Berlino ci sono ancora quattro paesi al mondo, cina cuba Vietnam corea, che persistono nel proclamarsi comunisti ,mentre fra le generazioni dei postcomunisti occidentali quasi nessuno si sente in colpa per aver partecipato da protagonista a un fenomeno deprecabile. Solo quando ciò succedera’ si potranno fare i conti con la memoria. Nel frattempo il libro di Barbara Spinelli è come un lumicino in una stanza buia e serve a tenere accesa la lezione di Irina, la quale come ha ricordato il presidente della Camera Pierferdinando Casini, era solita dire: “piu’ dell’infamia dei gulag mi indigna la viltà”.

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E L’EUROPA ENTRA NEGLI ARCHIVI DELL’EST di Paola Springhetti (Avvenire - 13 dic 2001)

     Due frasi di due donna che sono state amiche e si sono stimate profondamente, forniscono buoni spunti per una riflessione sulla memoria. La prima a propostio del comunismo e della sua caduta dice che “l’aspetto infamante e grave non sono tanto i gulag quanto la viltà di chi in occidente li ignora”. La seconda puntualizza che la libertà non è la stessa cosa di liberazione: “le due liberazioni che l’Europa ha vissuto in questo secolo (dal nazismo e dal comunismo) sono state un evento preparatorio per la libertà. Che è un cammino che comincia dopo tra l’altro grazie alla purificazione della memoria”.

La prima è una frase di Irina Alberti che il presidente della Camera Pierferdinando Casini ha citato ieri a Roma, durante un dibattito su “il coraggio della memoria” organizzato dalla Fondazione internazionale Alberti, che ha anche assegnato un riconoscimento per la migliore pubblicazione dell’anno sul Novecento. Il premio è andato a Barbara Spinelli per il suo Il sonno della memoria (ed.mondatori). E proprio la Spinelli ha affrontato il tema della libertà nel suo breve ma appassionato intervento.

La caduta del comunismo, secondo la Spinelli, è stata un presupposto necessario ma non sufficiente per la libertà. Tant’è vero che molti che prima si chiamavano “dissenzienti” hanno continuato nel loro impegno: “avevano l’impressione che le tenebre continuassero e che si cadesse nella tentazione di ripartire dall’anno zero, facendo tabula rasa..oggi siamo di fronte al latri totalitarismo, come quello integralista, che propone un nuovo nichilismo paradossalmente nel nome di Dio”.

Dimenticare, insomma, è pericoloso. In questa direzione la Fondazione che prende il nome da Irina Alberti, con lo scopo di valorizzare l’eredità culturale oltre che la testimonianza di vita, ha preso due iniziative. La prima, fortemente simbolica, è chiedere ai Comuni italiani di intestare strade e piazze a chi si è opposto al comunismo; l’altra è la costituzione di una Commissione per lo studio degli archivi storici dell’Est europeo, presieduta da Vittorio Strada che si avvale della collaborazione di studiosi italiani e russi e in cui due noti giornalisti, paolo franchi e pierluigi battista, giocheranno un ruolo di supervisori.

L’eredità culturale di Irina Alberti, ha ricordato ieri il cardinale Achille Silvestrini, si basa su due cardini. “L’amicizia, l’aiuto, l’incoraggiamento alla Russia, al suo processo democratico e al suo sentirsi parte dell’Europa” e l’ecumenismo, campo in cui siamo ancora in ritardo. “Abbiamo infatti bisogno piu’ che mai di una collaborazione tra  Chiesa ortodossa Chiesa cattolica in questa società secolarizzata”. La Alberti del resto, ha ricordato padre Georges Cottier, seguiva una “vocazione di natura religiosa ma che comporta una incidenza culturale fotissima” e aveva ricevuto da Giovanni Paolo II un mandato impegnativo: “lavorare per la riconciliazione e l’unità dei cristiani”.

Sul versante “laico”, Pierluigi Battista ha sostenuto che in storiografia “occorre battere la tendenza alla memoria emiplegica: perchjè ricordare solo il fascismo?”. Su questi temi, secondo Vittorio Strada, nei decenni passati c’è stata una specie di autocastrazione. Da superare oggi perché abbiamo bisogno del “ritorno della Russia in Europa”. Probabilmente, secondo Paolo Mieli, occorrerà ancora una generazione, ma dovà pure arrivare il momento in cui “faremo i conti con tutta la nostra storia, non solo con una pare: un conto non giuridico, non maccartista, in cui tutti saremo a chiederci: io dov’ero?”.

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